Il suicidio assistito è sempre uno scandalo
La vicenda di Pietro D’Amico, il magistrato calabrese morto per suicidio assistito in una clinica di Basilea (dall’atroce nome, viste le circostanze, di Lifecircle), torna in prima pagina sui giornali italiani. Si è scoperto, grazie ai famigliari – la moglie, la figlia, i fratelli – non rassegnati a quella fine violenta, che le certificazioni dell’“incurabile patologia” esibite da D’Amico per ottenere la flebo letale non dicevano la verità: non c’era nessuna malattia incurabile in corso. Ora, è certamente fondamentale sapere se la volontà di morire del giudice e la sua profonda depressione fossero o meno legate a quella diagnosi errata.
10 AGO 20

La vicenda di Pietro D’Amico, il magistrato calabrese morto per suicidio assistito in una clinica di Basilea (dall’atroce nome, viste le circostanze, di Lifecircle), torna in prima pagina sui giornali italiani. Si è scoperto, grazie ai famigliari – la moglie, la figlia, i fratelli – non rassegnati a quella fine violenta, che le certificazioni dell’“incurabile patologia” esibite da D’Amico per ottenere la flebo letale non dicevano la verità: non c’era nessuna malattia incurabile in corso. Ora, è certamente fondamentale sapere se la volontà di morire del giudice e la sua profonda depressione fossero o meno legate a quella diagnosi errata. Oppure, al contrario, se le certificazioni fallaci – delle quali, colpevolmente, i solerti erogatori della morte su richiesta non hanno accertato la fondatezza, come pure erano tenuti a fare – fossero state costruite proprio per volontà di D’Amico, per ottenere più facilmente il suicidio assistito.
Ma è altrettanto importante sottolineare che, sempre in Svizzera, l’ex fondatore del manifesto, Lucio Magri, uomo gravemente depresso ma non afflitto da mali incurabili – a meno che non ci sia qualcuno disposto a sostenere senza timore di essere smentito che la sua depressione lo fosse: ma su che basi? – ha ottenuto la sua dose letale di farmaco solo in base a una reiterata richiesta. L’amica Rossana Rossanda, che aveva accettato di accompagnarlo in Svizzera per l’ultimo viaggio, ha poi raccontato a Repubblica di aver immaginato per lui una morte serena, “come accadeva nell’antichità”, e che invece è stata “un’esperienza terribile”. Terribile è chiamare diritto alla buona morte quell’arbitrio assoluto, oscenamente travestito da pietà.